Canal San Bovo, 2 agosto 2003
Certosa sul mare
solo i gabbiani
sanno la storia
su chiostri di tufo
graffiata
tutti sapranno
l’amore e le rocce
eterne
testimoni sofferte
al pellegrino che passa
storia di cuori
traditi
smarriti
immersi nel blu
madre mare
che accogli
questi pensieri
li rifrangi
su fondali rocciosi
giochi d’acqua
eterni
come
solitudine.
Perché iniziamo con dei versi una presentazione di un’artista che lavora la pietra, la ceramica, non una pietra qualunque.
Ci sono diversi ordini di motivazioni che portano ad analizzare l’opera della Giusy in chiave poetica. Vediamone almeno due.
Il primo, perché una poesia aiuta ad entrare nel clima di qualunque espressione artistica, dà dei segnali non equivoci in termini emozionali nelle persone che ascoltano.
Il secondo, perché la poesia attinge al mondo interiore dei simboli che ognuno di noi ha assimilato in termini di mappe cognitive, e con le quali interpreta in continuazione il mondo, altro da sé, che gli si presenta e che lo sollecita, e che lo provoca.
Presentare un’artista e la sua opera è uno sforzo su più fronti, ne propongo due.
Il primo, è che la persona artista si esprime in rapporto alla sua storia, al suo vissuto;
il secondo, è che l’opera d’arte in sé da sola deve essere in grado di trasmettere emozioni e suggestioni all’osservatore curioso e stimolato, indipendentemente dalla personalità dell’artista e della sua storia.
Io mi trovo in una condizione privilegiata come interprete-divulgatore dell’opera della Giusy, perché ho avuto modo di conoscerla in brevi momenti, ma intensi, dove non ci si può che narrare se non in modo trasparente come l’acqua del mare che attraverso le rifrangenze, le correnti, le onde, fa vedere, fa intuire, lascia interpretare.
L’acqua del mare e i suoi fondali, dunque, anfratti per meditare sulla solitudine dell’artista e della sua opera, e del suo genio creativo.
Ecco perché i versi dedicati al mare, a quanto di misterioso evoca nelle sue profondità e a quanto emoziona il vederne i fondali, e ciò che noi riusciamo di vedere e che comunque è solo una piccola parte del tutto immenso ed insondabile.
Chi è questa donna, minuta, tenace, provata dalla vita, ma non domata dalle vicissitudini. Anzi, la determinazione con la quale aggredisce la materia che ne consente l’espressione artistica, la ceramica, ne fa intuire una personalità di notevole spessore umano.
Dimostra, una volta di più, che il dolore, la sofferenza, la solitudine, a volte trovano terreno fecondo e fanno germogliare quei semi di creatività e di ingegno che diversamente sarebbero andati dispersi in una vita “normale”.
Egoisticamente, come amante dell’arte, ringrazio il destino della Giusy, che pur essendo stato tremendo per gli affetti che le ha tolto, d’altra parte le ha concesso di trasformare il suo dolore, le sue solitudini, in slancio creativo, in sublimi espressioni artistiche.
Pensando al suo modo di esprimersi con la ceramica, con questa tecnica così originale, così inconsueta, mi fa venire alla memoria un motto latino, che se non erro è di una brigata alpina: “Frangar non flectar”, che significa mi spezzo ma non mi piego; per lei invece io lo trasformerei in “Frangar et flectar”, cioè mi spezzo e mi piego.
Vediamo di interpretare insieme questo concetto, che forse è la chiave ermeneutica dell’espressione artistica della Giusy.
Ora, riuscire a creare un’opera d’arte così plasticamente gradevole, così delicata da assimilare, com’è possibile quando la materia sono piastrelle di ceramica, materia durissima e non deteriorabile nel tempo? Quando l’unico strumento in grado di lavorare questo materiale cristallino è la tenaglia del posatore di piastrelle? Quando l’energia per rompere la piastrella non è fornita dalle macchine, ma dalle mani e dai muscoli dell’artista?
“Frangar et flectar”, ecco la chiave per entrare dentro al mondo espressivo di questa donna. La pietra fabbricata dal genio dell’uomo cuocendo l’argilla che diventa cristallina, e questa donna, con le sue mani, con la sua forza muscolare e con la sua eccezionale capacità espressiva che ci dona queste immagini, di mari esotici, di fiori, di case, di balconi fioriti, di ninfee.
La pietra che si trasforma in emozioni plastiche.
Ma c’è un altro aspetto non secondario delle opere della Giusy: si possono toccare.
E questa è una sensazione meravigliosa per chi accarezza la pietra diventata un pesce, un fiore, un uccello, una casa, un balcone, un mare.
Questo è l’anno dell’acqua, e i mari e gli oceani sono la gran parte del nostro pianeta, molte delle immagini che la Giusy ci propone, infatti, nascono dal mare. E allora mi pare bello e curioso un riferimento in versi sul tema:
quegli occhi profondi
che sanno di mare
e il mistero
neri
e la malinconia
dipinge il tuo sorriso
ho sentito ancora
palpitare il mio cuore
e la rabbia è diventata
dolcezza.
Immaginiamo questa donna, questa artista, che pensando al mare trasforma in forme plastiche tutto quanto vi si trova, con grande dolcezza.
Non è traumatica l’espressione artistica della Giusy, anzi.
E lavora scaglie di ceramica dure e taglienti che alla fine si trasformano in immagini vive, non c’è morte nelle pietre dure di queste opere, al contrario, sono palpitanti, trasmettono energia positiva, nonostante la povertà della materia usata. Ed è qui un altro aspetto originale della potenza espressiva dell’artista: il colore.
Gli accostamenti cromatici delle varie scaglie musive rappresentano il valore aggiunto dell’opera d’arte. Non entro nel merito dei significati dei colori usati, ma è certo che l’equilibrio cromatico è notevole e lascia trasparire una sensibilità raffinata dell’artista che rimanda alle sue precedenti esperienze professionali, quando invece di lavorare la povera ceramica delle piastrelle, trasformava in gioielli le preziose pietre dure regalate da madre natura.
Vorrei concludere con un suggerimento in termini di stimolo all’interpretazione delle opere della Giusy. Capita che l’artista crei le sue opere e se le goda per il fatto che assegna loro dei messaggi, che sono i suoi messaggi, le sue emozioni, la sua idea di trasformazione di una forma in contenuti. Ma queste forme, quei colori, quella materia all’osservatore amante dell’arte, quali messaggi trasferiscono, quali emozioni vengono evocate?
Ecco, vorrei che ci fosse un tentativo di andare oltre a quanto si vede dell’opera d’arte in sé, per andare al metamessaggio che ogni espressione artistica contiene, che l’artista ne sia consapevole o meno.
Io tento di dare la mia idea sul metamessaggio, e lo faccio con un esempio tratto dalla mia quotidianità.
Immaginate Venezia, una calle, un palazzo di tre piani, il cornicione di marmo del tetto, e in una fessura del marmo uscire da anni una pianta di fico, tutti gli anni.
Io la osservo da almeno dieci anni, e ogni anno c’è una piccola crescita.
Dalla pietra dura nascono i fiori.
Ecco, come qui stasera, ancora, la dura ceramica si trasforma in fiori di vita.
Questa è la mia emozione.
Il metamessaggio che promana dalle opere della nostra Giusy, è proprio questo. Lei ci vuol far capire che il suo mondo, la sua sofferenza, i suoi dolori, si sono trasformati, e, hanno generato la vita palpitante nelle sue opere d’arte.
Gianfranco Trabuio
I versi di Gianfranco Trabuio sono tratti da:
“La terra, la laguna, l’amore” ed. Rebellato,
“Non varrà più la pena” ed. La Press.