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LA LUCE E L’ESTASI: EUGENIO BERTIN, PITTORE

Quando ci si trova davanti a un artista così completo e complesso, e per di più con una antologia delle opere create nell’arco di decenni, ci sono di fronte all’osservatore attento due strade divergenti, la prima porterebbe a analizzare i quadri realizzati secondo una scansione temporale, la seconda privilegerebbe, invece, la dimensione tematica.

 Bertin, è un artista ormai maturo, con all’attivo decenni di creatività inesauribile e con un consolidato percorso culturale che lo ha visto, sin da giovane, impegnato a rappresentare la realtà attraverso le lenti della sua sensibilità straordinaria e raffinata.

Non dimentichiamo che l’artista è la sua opera. È lui che prima di tutto bisogna conoscere, è necessario e indispensabile indagare sulla sua personalità di uomo e di artista, sul suo percorso evolutivo sia caratteriale che artistico se si vuole avere una qualche possibilità di successo nella comprensione delle sue opere.

Il fatto che sin da bambino abbia coltivato il desiderio di rappresentare il mondo della natura circostante, ci fa capire come l’Eugenio sia nato con questo dono meraviglioso di essere un interprete attento e curioso del mondo circostante. Una nota caratteristica che ci fa capire un po’ di più della natura estetica dell’uomo Bertin, è la sua passione per la musica, coltivata fino all’alba della giovinezza studiando e suonando la fisarmonica.

Ora, è noto quanto ci sia di affinità espressiva tra pittori, musicisti e poeti. Anzi, penso di poter affermare che queste tre categorie di artisti hanno in comune una sensibilità nella percezione della realtà e nella sua rappresentazione, che li accomuna in una sorta di unicum estetico che li porta ad esprimersi con efficacia nella loro specificità.

Anzi, al riguardo posso citare il pensiero del filosofo greco Aristotele sul come concepiva l’artista, il poeta. La poesia, egli scrive nella sua Retorica, è un non so che di ispirato: “Ενθεον γάρ ή ποίησις”, e nella sua Poetica egli parla di una sorta di frenesia, di estasi: “μανιχοί, έχστατιχοί” che consente all’artista di identificarsi con i suoi personaggi e con i suoi paesaggi, di perdersi liricamente in essi. Per Aristotele la creazione artistica sia del poeta come del pittore è un fatto divino.

Non c’è altra spiegazione cogente che permetta di capire la costanza, la tenacia di Eugenio Bertin, che lasciata la sua terra gira il mondo per visitare musei e mostre, manifestando un desiderio di conoscere e di capire, dimostrando in questa sua ansia proprio la frenesia di cui parlava Aristotele e alla fine giunto davanti alle opere, rimanere estasiato nel contemplare la bellezza e la forza dell’espressione lirica degli artisti.

Immaginando un ipotetico “viaggiatore” che visitasse la mostra di Bertin gli suggerirei di gustare le opere secondo le loro rappresentazioni tematiche.

In particolare le multiformi immagini che hanno un tessuto narrativo tutto incentrato sulla campagna veneta, la nostra campagna, raccontata in un fantasmagorico gioco di erbe, di fiori, di acque e di colori come in un caleidoscopio senza fine.

Ancora, un tema caro a Bertin è il mare e la laguna con tutte le sfumature delle stagioni e dei lavori degli uomini sulle loro barche da pesca.

Di grande impatto emotivo sono le vedute e i paesaggi della Venezia storica. Venezia nei suoi scorci più suggestivi, trasformata, trasvista, in un gioco di emozioni che rimanda a una corrente pittorica che mi sembra opportuno identificare come “espressionismo veneto”.

L’allegra rappresentazione dei suonatori di jazz e delle ballerine che rimanda alle visioni romantiche e decadenti dell’impressionismo francese di Degas e di Toulouse Lautrec, in un gioco di rinvii fantasiosi che sfiorano la malinconia nell’osservatore attento e appassionato.


Ma, ancora sono di notevole interesse estetico le rappresentazioni virili e coloratissime delle corride e delle corse dei cavalli. Il dinamismo delle scene è coinvolgente e travolgente.

Tango

È tempo ormai

che noi

notturni passanti

fermiamo il nostro vagare

ci guardiamo negli occhi

dopo tanti conversari

infine scoprirci

uomini

impastati di passioni

come in un ballo

seducente

stringerci

al ritmo antico

di questo tango.

 

Ma sono altre le rappresentazioni, che, secondo me, segnano la maturità dell’artista e la padronanza della tecnica espressiva. Sono connotate dall’interesse profondo e magico delle scene ispirate dai temi della religione cristiana. Sembra ritornare indietro nei secoli, quando gli artisti più famosi venivano chiamati a dipingere la storia sacra nelle chiese, erano loro gli esperti delle vite dei santi e della vita di Cristo. Eugenio Bertin nelle sue ultime opere a tema mistico e religioso compie un’azione di grandissimo spessore culturale: identifica il tema della croce, oppure il tema della Madre di Cristo, con un messaggio emotivo fortissimo ispirato alla pace. Questi quadri emanano un evidente messaggio in un arcobaleno di infinito.

La poetica della pace. Sembra un paradosso, ma si possono creare molte tecniche della guerra, ma non si riesce a creare una tecnica della pace e per la pace.

L’artista è sempre alla ricerca del senso recondito delle cose. Il suo tormento è di riuscire a esprimere il mondo dell’ineffabile, dell’inesprimibile.

Come non vedere allora quale grande sorgente di ispirazione possa essere per lui quella sorta di patria dell’anima che è la religione?

Non è forse nell’ambito religioso che si pongono le domande personali più importanti e si cercano le risposte esistenziali definitive?

La bellezza come la verità, è ciò che mette la gioia nel cuore degli uomini, è il frutto prezioso che resiste all’usura del tempo, che unisce le generazioni e le congiunge nell’ammirazione.

Anche per Eugenio Bertin potrebbe attagliarsi l’insegnamento che san Giovanni Damasceno nell’8° secolo suggeriva ai cristiani: “Se un pagano viene e ti dice: mostrami la tua fede! Tu portalo in chiesa e mostra a lui la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei sacri quadri”.

È bello e suggestivo riflettere sulla missione dell’artista Bertin, lui ha avuto dei doni straordinari, una mitezza d’animo e una sensibilità estetica tali da poter trasformare un semplice quadro in una sacra rappresentazione, in una catechesi di notevole efficacia comunicativa.

Arte e fede tendono verso l’assoluto, cercano di esprimere l’inesprimibile, di costringere l’infinito e l’eterno nello stampo della parola, della forma, dell’immagine, del suono.

Joan Mirò sosteneva, al riguardo, che l’opera dell’artista non è quella di rappresentare il visibile, ma di introdurci nell’invisibile.

In questa luce, arte e fede fanno germogliare e custodiscono  nel loro grembo un messaggio, una verità alta e efficace, non interpretano soltanto ma rivelano e creano un mondo. La loro funzione è epifanica, irradiano una luce che le ha percorse.

La stessa luce che percorre e irradia dalle opere di Bertin quando al posto della tela usa le tavole di conglomerato legnoso oppure il tessuto di damasco.

Il gioco della luce che si rifrange sul legno o sulla stoffa impregnati dai colori dell’artista sono un altro evidente messaggio che scaturisce dalla sua sensibilità creativa e dalla sua introspezione mistica. Anzi, oserei affermare che nelle opere che rimandano a temi religiosi bisogna andare oltre il rappresentato sulla tela o sul legno per entrare furtivamente nel cuore dell’artista per catturare le sue storie e le sue emozioni di credente.

Questa è la sintesi di una valutazione determinata dell’esperienza artistica e umana del pittore Bertin, un uomo che ha rappresentato nel tempo la multiforme realtà della natura da diventare la sua stessa ragione di vita, in effetti la mistica della natura è la chiave di lettura di tutta la sua opera. Questo afflato verso l’infinito delle rappresentazioni dei campi, dei fiori, delle paglie e del mare è anche la chiave poetica di lettura dei suoi quadri.

 

Mattino lagunare

Squarcio di luce

tra le nubi nere

di questo mattino lagunare

quel raggio di sole

è un messaggio

per noi erranti

cercatori di luce

trovatori d’amore

qui sul ponte

ricordo

le ansie

le angosce

di una ricerca

mai finita.

 

                                                       Gianfranco Trabuio