Lunedì, Maggio 28, 2018
COMMISSARIATO DI TERRA SANTA DI VENEZIA

COMMISSARIATO DI TERRA SANTA DI VENEZIA (8)

Mercoledì, 05 Agosto 2015 18:18

INVITO SPECIALE A CIBIANA DI CADORE

Scritto da

PER CAPIRE I FATTI DI OGGI BISOGNA CONOSCERE GLI EVENTI DI IERI

       Logo aggiornato Comune di Cibiana                        TAULA DEI BOS 

                

VENERDÌ 28 AGOSTO ALLE ORE 21 PRESSO IL TAULÀ DEI BOS A MASARIÈ

PRESENTAZIONE DEL FUMETTO STORICO-ARTISTICO DELL’INCONTRO TRA FRANCESCO DI ASSISI E IL SULTANO MALEK AL-KAMEL NEL 1219 DURANTE LA QUINTA CROCIATA

Fumetto copertina volantino Congresso 2013 ATS

Con gli autori arch.to Francesco Lucianetti e prof. Gianfranco Trabuio, partecipa Fra Adriano Contran ofm, Commissario della Custodia Francescana di Terra Santa per il Triveneto. 

 

Giovedì, 29 Maggio 2014 15:49

25° CONGRESSO DEGLI AMICI DI TERRA SANTA

Scritto da

1° GIUGNO 2014 CONVENTO DELLA CHIESA VOTIVA – COMMISSARIATO DELLA CUSTODIA FRANCESCANA DI TERRA SANTA

LOCANDINA CONGRESSO

I PONTEFICI DI ROMA E LA TERRA SANTA. SECONDA PARTE

Papa Benedetto XVI messaggero di riconciliazione nelle terre di Gesù dopo la lezione di Regensburg.

8 – 15 maggio 2009

Sono convinto che non si possa parlare, in modo adeguato, del pellegrinaggio di Papa Ratzinger nei Luoghi di Gesù se non si inizia dall’evento che lo ha portato sulla scena mediatica in modo drammatico, quando il 12 settembre 2006 ha tenuto una relazione al corpo accademico dell’Università di Regensburg in Germania, provocando notevoli manifestazioni di piazza tra i musulmani in tutto il mondo. Ci furono assalti a chiese e ambasciate e anche qualche omicidio.

Queste conseguenze drammatiche hanno confermato, ove ce ne fosse ancora bisogno, che l’ideologia islamica ha il germe della violenza proprio nel pensiero religioso mutuato dalla legge coranica.

Cosa aveva detto Benedetto XVI di così grave da suscitare la reazione violenta alla sua lezione accademica?

In quella occasione il Papa aveva citato un famoso brano riportato dall’imperatore di Costantinopoli, Manuele 2° Paleologo (1348 – 1425), nel suo libro “I dialoghi con un persiano”, libro dimenticato da molti intellettuali cattolici, ma conosciuto da tanti studiosi di Storia delle religioni.

Il libro riporta dei ragionamenti tra un sapiente musulmano, di origine persiana, e l’imperatore stesso, intorno alle caratteristiche fondamentali delle due religioni: la cristiana e la musulmana, e l’imperatore aveva fatto presente, mettendolo in dubbio, come potesse essere una buona religione, quella musulmana, che ha visto il suo profeta Maometto macchiarsi del sangue dei nemici, ebrei in particolare.

Probabilmente, il culmine dell’argomentare di Manuele II si trova nell’espressione: «Il non agire secondo ragione è alieno da Dio» (VII, 3). Questa convinzione accompagna certamente l’intera tradizione cristiana da sempre; la sua concettualizzazione, comunque, trova terreno fecondo ai tempi di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. Non è il caso di far riferimento ai testi di Agostino o di Anselmo in proposito. Non è questa la sede.

Ricordo che la riflessione del Papa ai docenti dell’Università di Regensburg, dove lui aveva insegnato da giovane sacerdote, riguardava la ragionevolezza della fede religiosa, e che non si poteva certamente ritenere ragionevole una fede religiosa, come la islamica, che prevedeva di dare la morte ai civili con i kamikaze, e ai musulmani che cambiavano religione, con la lapidazione.

Ragione e fede devono riprendere inevitabilmente il loro cammino comune. Benedetto XVI, a più riprese, ha ribadito che questa strada non solo permette al cristianesimo di essere fecondo nella via dell’evangelizzazione, ma consente anche ai non credenti di accogliere il messaggio di Gesù Cristo, come ipotesi carica di senso e decisiva per l’esistenza.

L’originalità del Cristianesimo sta tutta nella risposta che Gesù dà nel Cap. 14 di Giovanni: “Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?».Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse”.

Ecco, questa è la sostanza del credo cristiano, e questo ci serve per immergerci nel significato storico e pastorale del pellegrinaggio di papa Benedetto XVI.

Per gustare dentro al nostro cuore tutta la spiritualità del Papa ho ritenuto di partire dalla fine del suo itinerario.

Al ritorno dalla sua visita in Terra Santa Benedetto XVI  ha fatto la sintesi della sua esperienza affermando che il suo è stato il pellegrinaggio per eccellenza alle sorgenti della fede; e al tempo stesso una visita pastorale alla Chiesa che vive in Terra Santa: una Comunità di singolare importanza, perché rappresenta una presenza viva là dove essa ha avuto origine.

La visita di Benedetto XVI in Terra Santa è carica d'importanza storica e spirituale.

Le sue parole per la Terra Santa sono parole di sostegno e incoraggiamento per chi cerca la pace, per chi cerca unità, e per chi cerca la forza di non abbandonarla.

Papa a gerusalemme

 Papa Benedetto XVI in preghiera al Santo Sepolcro

 “La Chiesa in Terra Santa, che ben spesso ha sperimentato l’oscuro mistero del Golgota, non deve mai cessare di essere un intrepido araldo del luminoso messaggio di speranza che questa tomba vuota proclama. Il Vangelo ci dice che Dio può far nuove tutte le cose, che la storia non necessariamente si ripete, che le memorie possono essere purificate, che gli amari frutti della recriminazione e dell’ostilità possono essere superati, e che un futuro di giustizia, di pace, di prosperità e di collaborazione può sorgere per ogni uomo e donna, per l’intera famiglia umana, ed in maniera speciale per il popolo che vive in questa terra, così cara al cuore del Salvatore”.

Così Benedetto XVI incoraggia i presenti che lo ascoltano davanti alla Tomba vuota, quella stessa "che cambiò la storia dell'umanità".

Un viaggio, insomma, nel segno della fede e della speranza.

La Pace nel segno di San Francesco. Più di una volta il Sommo Pontefice ha ringraziato i frati della Custodia per il lavoro svolto in Terra Santa. Egli ha riconosciuto il ruolo dei frati come componente necessaria a costruire la pace, ricordando a tutti che San Francesco stesso è stato un "grande apostolo della pace e della riconciliazione".

Mai più spargimento di sangue! Mai più massacri! Mai più terrorismo! Mai più guerra! Spezziamo invece il circolo vizioso della violenza»: è il grido di Ratzinger.

sinodo dei vescovi medio oriente 3

 

Fra Pierbattista Pizzaballa o.f.m., responsabile della Custodia Francescana di Terra Santa

Passiamo, ora, in rassegna alcuni passi significativi di questo pellegrinaggio papale. Sul volo che da Roma lo porta ad Amman, Benedetto XVI dice ai giornalisti: «Cerco di contribuire per la pace non come individuo ma in nome della Chiesa cattolica e della Santa sede. Noi non siamo un potere politico ma una forza spirituale e questa forza spirituale è una realtà che può contribuire per i progressi nel processo di pace».

Papa Ratzinger sull'aereo parla anche della necessità di un dialogo a tre, che coinvolga le grandi religioni abramitiche, «nonostante la diversità delle origini».

«Abbiamo radici comuni – dice – il cristianesimo nasce dall’Antico Testamento e la scrittura del Nuovo Testamento senza l’Antico non esisterebbe. Ma anche l’islam è nato in un ambiente dove era presente sia la legge dell’ebraismo sia diversi rami del cristianesimo, e tutte queste circostanze si riflettono nella tradizione coranica così che abbiamo insieme tanto dalle origini e nella fede nell’unico Dio». Dunque «è importante» avere anche il «dialogo trilaterale». «Io stesso – ricorda – ero cofondatore di una fondazione per il dialogo tra le tre religioni».

All’aeroporto di Amman, il Pontefice è accolto con grande simpatia dal re Abdullah II e dalla regina Rania. Nel primo discorso in terra giordana, Benedetto XVI ringrazia il sovrano ashemita per la libertà religiosa di cui gode la minoranza cristiana, che qui può costruire liberamente i suoi luoghi di culto: il Papa benedirà sul luogo del battesimo di Gesù le prime pietre di alcune nuove chiese.

«La libertà religiosa è certamente un diritto umano fondamentale ed è mia fervida speranza e preghiera che il rispetto per i diritti inalienabili e la dignità di ogni uomo e di ogni donna giunga ad essere sempre più affermato e difeso, non solo nel Medio Oriente, ma in ogni parte del mondo». Ratzinger esprime il suo «profondo rispetto per la comunità musulmana», ricordando le iniziative che favoriscono «un’alleanza di civiltà tra il mondo occidentale e quello musulmano, smentendo le predizioni di coloro che considerano inevitabili la violenza e il conflitto».

il principe di giordania e benedetto xvi

 

Papa Benedetto XVI e il principe Ghazi bin Muhammad Bin Talal

Il 9 maggio Benedetto XVI, dopo aver benedetto la prima pietra della nuova università cattolica del patriarcato latino, entra nella moschea «Al Hussein bin-Talal» di Amman, accolto dal principe Ghazi Bin Muhammad Bin Talal, cugino di re Abdullah II e ispiratore della lettera dei 138 intellettuali che avevano aperto un dialogo con il Vaticano dopo il discorso di Ratisbona del 2006. Insieme visitano il museo annesso, dov’è conservata la lettera di Maometto, scritta su pelle di gazzella, inviata all’imperatore Eraclio I di Bisanzio per chiedergli di convertirsi all’islam. Nel grande atrio, antistante la sala di preghiera, Ghazi, personalità carismatica, rivolge al Pontefice parole che intendono chiudere ogni malinteso e aprire una stagione nuova di collaborazione e di dialogo. Elogiando Ratzinger per il suo «coraggio morale» di parlare secondo coscienza, senza seguire «le mode del giorno», come ad esempio nel caso della liberalizzazione della messa tridentina. Nel rispondergli, il Papa fa notare come «spesso, sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società».

Nel suo primo discorso in Israele Benedetto XVI chiede anche una pace giusta che ponga fine al conflitto israelo-palestinese e una patria «all’interno di confini sicuri» per entrambi i popoli. Non pronuncia la parola «Stati», parla di «patria» (homeland nel testo originale inglese) ma il senso della frase è sicuramente quello. «Supplico quanti sono investiti di responsabilità – aggiunge il Papa – ad esplorare ogni possibile via per la ricerca di una soluzione giusta alle enormi difficoltà, così che ambedue i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri ed internazionalmente riconosciuti».

Il presidente Simon Peres aveva salutato Benedetto XVI parlandogli in latino: «Ave Benedicte princeps fidelium, qui visitat Terram Sanctam hodie». E gli aveva detto che in Israele le diverse comunità religiose sono libere di professare il loro credo e tutelate. Il Papa insiste su questo: «È mia fervida speranza che tutti i pellegrini ai luoghi santi abbiano la possibilità di accedervi liberamente e senza restrizioni, di prendere parte a cerimonie religiose e di promuovere il degno mantenimento degli edifici di culto posti nei sacri spazi».

Nel pomeriggio, la visita allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah. Benedetto XVI parla sottovoce, è raccolto, concentrato, teso, Papa Ratzinger, mentre ravviva la fiamma che arde perennemente nella sala, mentre depone una corona di fiori bianchi e gialli o ascolta la struggente preghiera cantata dal rabbino per commemorare i martiri ebrei.

Il discorso pronunciato sottovoce dal Papa tedesco è intessuto di pudore e di rispetto. «Sono qui per soffermarmi in silenzio davanti a questo monumento eretto per onorare la memoria dei milioni di ebrei uccisi nell’orrenda tragedia della Shoah». Persone che «persero la propria vita, ma non perderanno mai i loro nomi», perché essi sono «incisi nei cuori dei loro cari», sono «incisi nei cuori» di chi non vuole permettere mai più «un simile orrore», sono incisi «in modo indelebile nella memoria di Dio».

    

Il pellegrinaggio di Ratzinger in questa regione è riuscito bene. Si trattava forse della trasferta più difficile del suo pontificato. Il Papa doveva parlare ai cristiani, che lo avevano inizialmente sconsigliato di venire, dato il momento particolarmente difficile che si trovano a vivere e la delicatezza del quadro politico; doveva parlare agli ebrei dopo i mesi difficili del caso del vescovo negazionista Williamson (dopo la revoca della scomunica e le polemiche del gennaio 2009); doveva parlare ai musulmani chiudendo definitivamente le polemiche suscitate dalla lezione di Regensburg (2006) Benedetto XVI è riuscito a dire tutto ciò che aveva da dire e che andava detto con chiarezza dalla Santa Sede, evitando ogni possibile trappola sul suo cammino.

Ha parlato ai cristiani, invitandoli a non abbandonare la Terrasanta, incitandoli a resistere, come elemento insostituibile di pacificazione e unità in una realtà lacerata dall’odio e dai conflitti. Ha parlato al mondo ebraico e allo Stato d’Israele, senza farsi strumentalizzare come più d’uno temeva alla vigilia: ha pronunciato parole forti contro l’antisemitismo; al memoriale dello Yad Vashem ha mandato un messaggio chiarissimo a chi nega o sminuisce la Shoah. Con lucidità e coraggio Ratzinger, proprio nell’occasione più delicata del viaggio, la visita al memoriale dell’Olocausto, ha voluto ricordare che la Chiesa si schiera oggi accanto a quanti soffrono persecuzioni a causa della razza, del colore, della condizione di vita o della religione. Ad Israele ha spiegato che la sicurezza non può essere mai disgiunta dalla giustizia e dal rispetto dei diritti umani di tutti.

Ma altrettanto significativo e interessante è anche il messaggio riguardante l’islam e il dialogo tra le religioni. Smentendo quanti hanno cercato di arruolarlo nella schiera dei sostenitori dello scontro di civiltà, Ratzinger si è presentato infatti come paladino dell’«incontro di civiltà» e del dialogo con le religioni, a cominciare dall’islam.

È necessario chiudere questa breve sintesi ripartendo da dove avevo iniziato il mio argomentare riguardo alla lezione tenuta da papa Benedetto XVI a Regensburg, per mettere in evidenza quale sia l’approccio corretto nella costruzione del dialogo con l’Islam.

Innanzitutto esplicitare in modo inequivocabile la Verità contenuta nelle rispettive scritture: Vangelo e Corano. Papa Benedetto XVI ha avuto il coraggio di denunciare il fatto che non può esistere ragionevolmente un dio che ordini di uccidere i credenti di altre religioni. L’effetto della denuncia ha sì provocato reazioni scomposte alimentate dal sistema mediatico delle agenzie di stampa, ma ha anche provocato la riflessione di molti studiosi e religiosi islamici che sotto lo stimolo del principe ereditario di Giordania Ghazi Bin Muhammad Bin Talal hanno scritto una lettera molto bella al Papa dando avvio a una cooperazione tra le due religioni per la mutua conoscenza. Questa iniziativa si va realizzando con incontri periodici e c’è la volontà di arrivare a un punto di riconoscimento reciproco delle proprie radici per mettere in comune quanto può essere messo con lo scopo primario di costruire una umanità più libera, più aperta, più solidale.

APPUNTO SULLA LEZIONE DI REGENSBURG.

Papa: Fede e ragione per sfuggire alla violenza e al suicidio dell' Illuminismo

Nel settimo colloquio (dialexis – controversia) edito dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue, l'imperatore tocca il tema della jihād (guerra santa). Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo meccano iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.

Giovedì, 29 Maggio 2014 15:08

25° CONGRESSO DEGLI AMICI DI TERRA SANTA

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1° GIUGNO 2014 CONVENTO DELLA CHIESA VOTIVA – COMMISSARIATO DELLA CUSTODIA FRANCESCANA DI TERRA SANTA

I PONTEFICI DI ROMA E LA TERRA SANTA. PRIMA PARTE

GIOVANNI PAOLO II PELLEGRINO IN TERRA SANTA: DALLA TERRA DEI MARTIRI DI AUSCHWITZ A QUELLA DEI PROTOMARTIRI CRISTIANI.

20 – 26 marzo 2000

Desidero iniziare questa mia breve relazione sul pellegrinaggio di Giovanni Paolo II ricordando un pensiero di san José Maria Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, famiglia religiosa cui il pontefice era particolarmente legato. La mia decennale collaborazione con mons. Antonio Mistrorigo proprio qui a Treviso, mi ha consentito di ascoltare con commozione e interesse le confidenze che il Papa faceva al nostro carissimo fondatore degli Amici di Terra Santa e sul grande interesse che nutriva per questa nuova e originale prelatura, durante le sei estati passate nel castello di Mirabello a Lorenzago di Cadore. Monsignor Antonio me ne parlava con entusiasmo, perché all’epoca ero un cooperatore dell’Opus Dei a Venezia e quindi c’era una intesa profonda tra noi due quando affrontavamo i nostri  programmi di conferenze.

San José Maria diceva: “Cerca, trova, ama Gesù. Se queste parole si imprimono nel tuo cuore avrai un profondo desiderio di vedere la Terra Santa, perché qui vieni a trovare Cristo, qui trovi dove è stato, e il tuo amore per Lui sarà più profondo”.

Il nostro santo pontefice passato, ormai, alla storia come il più grande degli apostoli e dei missionari è destinato a rimanere un esempio da imitare nei secoli sul come andare per il mondo a testimoniare Gesù Cristo e il suo insegnamento.

Una delle caratteristiche peculiari che risaltano di questo Papa è la sua «spiritualità geografica». Giovanni Paolo II, infatti, aveva parlato di questa sua dimensione qualche anno prima, con alcuni giornalisti in aereo. «Il Papa deve avere una geografia universale [...] Io vivo sempre in questa dimensione spostandomi idealmente lungo il globo. Ogni giorno c'è una geografia spirituale che percorro. La mia spiritualità è un po' geografica»

I «luoghi santi», per i cristiani, sono qualcosa di originale. Per il cristiano ogni luogo è santo: «Dio è ugualmente presente in ogni angolo della terra, sicché il mondo intero può considerarsi 'tempio' della sua presenza» ribadiva il Papa nel suo argomentare. Gesù aveva detto alla Samaritana, che gli chiedeva su quale monte adorare Dio, che il Padre cerca adoratori in «spirito e verità»: «Né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre» (Gv 4,21). Il nuovo tempio è Gesù. Ma la salvezza cristiana ha innegabilmente una storia e una geografia: «La concretezza fisica della terra e le sue coordinate geografiche fanno tutt'uno con la verità della carne umana assunta dal Verbo» affermava Giovanni Paolo II. Ci sono luoghi della memoria di Dio. Questa è la visione cristiana del luogo santo: il pellegrino li visita per ricordare e venerare le orme di Dio. Per questo Giovanni Paolo II è voluto andare in Terra Santa. Non certo per rivendicare il suo carattere cristiano. Anzi, nei suoi scritti, ribadisce di nuovo la condanna delle crociate. Il modello di pellegrinaggio di Giovanni Paolo II è quello di Francesco d'Assisi.
Bisogna ritornare alla testimonianza del santo di Assisi, grande viaggiatore nel mondo del suo tempo, che volle varcare tutte le frontiere, anche quelle che sembravano più impenetrabili, come i confini dell'islam, allora considerato l'«impero del male». Francesco, voleva recarsi in Terra Santa e capì che si doveva trovare un rapporto nuovo con l'islam, diverso dalla guerra santa e dalle crociate. Fu una grande intuizione evangelica, rivoluzionaria politicamente e culturalmente. Francesco parlò ai musulmani e il suo vangelo in Egitto fu un pellegrinaggio di pace. Il dialogo interreligioso ha in Francesco un esempio intramontabile.

Giovanni Paolo al muro del pianto

Papa Giovanni Paolo II mentre prega al Muro del Pianto a Gerusalemme il 26 marzo 2000


Giovanni Paolo II ha guardato ai figli di san Francesco e ai cristiani d'Oriente come ai fedeli che hanno voluto «interpretare in modo genuinamente evangelico il legittimo desiderio cristiano di custodire i luoghi in cui affondano le nostre radici spirituali». I luoghi santi con la testimonianza della povertà francescana e della liturgia d'Oriente sono stati due potenti strumenti per lo sviluppo della spiritualità del pellegrinaggio. Giovanni Paolo II si connette a questi due grandi filoni della spiritualità cristiana. Egli è andato in Terra Santa con lo spirito di Francesco e con grande amore per i cristiani d'Oriente. Verso di loro c'è un grande desiderio di unità, che si concretizza in una proposta che il Papa fa con un tono sommesso e fraterno: «Sarei felice - egli affermava - se insieme potessimo radunarci nei luoghi della nostra origine comune, per testimoniare Cristo nostra unità e confermare il reciproco impegno verso il ristabilimento della piena comunione».
Le divisioni, all'inizio della storia del cristianesimo, sono nate in Oriente e nel Mediterraneo. Da lì deve venire il segno dell'unità. Il Papa vuole l'incontro con gli altri leader cristiani alla luce dei Luoghi Santi, come un ritorno alla Chiesa indivisa. È il significato dello storico incontro tra Paolo VI e il patriarca ecumenico Athenagoras, proprio a Gerusalemme, all'inizio del cammino ecumenico durante il Concilio Vaticano II. Nei Luoghi Santi, a Ur dei Caldei, patria di Abramo, al Sinai e al monte Nebo, nelle città degli Atti degli apostoli, Damasco e Atene, il Papa pensa di ravvivare l'amore tra i cristiani e il dialogo tra questi, gli ebrei e i musulmani.

Un esempio significativo della feconda eredità lasciata da Giovanni Paolo II in queste terre martoriate dalla violenza e dalle guerre, è stata la recente peregrinazione in Libano della reliquia di san Giovanni Paolo II, la stessa contenente il sangue del Santo che gira il mondo dalla beatificazione del 2010.  Questa del Libano è stata la prima uscita della reliquia dal giorno della canonizzazione. La prima tappa del pellegrinaggio è stata dunque una terra legata “fortemente” a Karol Wojtyla; lui stesso vantava uno stretto legame con il Libano, che per diversi aspetti gli ricordava la Polonia: per la sua storia, per la sua quotidianità, ma soprattutto per il suo essere crocevia di incontro tra varie religioni e culture, con la vocazione al dialogo e alla tolleranza.

Il momento culminante di questa esperienza, è stato l’incontro nel Palazzo del Patriarcato maronita, a Beirut che ha chiuso la tre giorni. L’atrio del Palazzo ha visto un afflusso enorme di gente che voleva rendere omaggio al Santo polacco. Tra questi anche il presidente della Repubblica Michel Sleiman, prossimo alla scadenza, che ha dato il patrocinio  e ha voluto unirsi personalmente all'incontro, e tutti i rappresentanti delle religioni del Libano. Alcuni di loro hanno anche pronunciato dei discorsi, in arabo, sulla figura del Santo: “Un messaggio favorevole molto bello relativamente agli insegnamenti del Pontefice, al dialogo interreligioso, alla tolleranza, all’incontro, ai valori fondamentali”, ha commentato monsignor Slavomir Oder, postulatore della causa di canonizzazione.

“Da che il Libano era l’unico paese della Lega Araba a maggioranza cristiana, oggi la comunità è diminuita”, sottolinea mons. Oder. È tuttavia una comunità “dalla fede viva, autentica, essa però necessita di sostegno, preghiera, segni di solidarietà e vicinanza da parte di tutta la Chiesa”.

In tal senso, un segnale forte sarà il viaggio di Papa Francesco in Terra Santa dal 24 al 26 maggio: “Anche lui, come i suoi predecessori, - osserva il postulatore - vuole dare un segno: da una parte, della nostra comune eredità che ha un suo punto di riferimento nella fede di Abramo, dall’altra, di sostegno per i cristiani che rimangono lì come testimoni dell’evento di Dio che ha scelto quel luogo come terra della sua definitiva Rivelazione in Gesù Cristo”.  

Uno dei momenti che hanno segnato in modo indelebile il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II è stata la preghiera al Muro del pianto. Anche se molti commentatori sono rimasti prigionieri della sindrome del «non è mai abbastanza», si è aperta una pagina nuova, sia per i cristiani che per gli ebrei: passare dal dialogo alla riconciliazione.

 

Nessuno dimenticherà mai quel mattino terso a Gerusalemme, quando Giovanni Paolo II, il capo chino e a passi lentissimi, si è avvicinato al Muro del pianto. Ci sono immagini che restano impresse per sempre. Immagini che fanno storia. Quel mattino del 26 marzo il cielo azzurro, che sovrasta la Cupola della roccia e i resti del Secondo Tempio, era stato solcato da un grappolo di palloncini recanti la bandiera palestinese. Qualche elicottero sorvolava i tetti. La città vecchia di Gerusalemme era immersa nel silenzio, che si avverte quando passa l’Angelo della storia. A pochi metri dallo spiazzo sgombro dove si trovava il Pontefice, separati da una cortina di tela, piccoli gruppi di ebrei ortodossi mormoravano le loro preghiere oscillando ritmicamente dinanzi all’antica muraglia. 
Anche Giovanni Paolo II pregava. Solo, solissimo. Massiccio e fragile al tempo stesso. Le spalle incurvate e il viso reso più affilato dall’implosione mistica. Quasi una statua. Un blocco bianco davanti alle pietre grigio argento del muro eretto da Erode. Unica macchia di colore i mocassini rossicci, che sbucavano dalla veste bianca. 
Il grande muro, bagnato dalle lacrime di generazioni di ebrei, Karol Wojtyla l’ha voluto toccare. Le telecamere hanno ritrasmesso in tutto il mondo la sua mano tremante, appoggiata a un grande masso scheggiato. Toccare il muro significa fondersi con duemila anni di storia, toccare ciò che Gesù Cristo ha visto realmente con i propri occhi e sfiorato con le proprie mani. 
Nelle fessure del muro il Pontefice lascia, vergato su pergamena, il mea culpa pronunciato in San Pietro due settimane prima. Lo lascia con la stessa fiducia con cui gli ebrei osservanti affidano alle crepe della muraglia le loro preghiere e speranze scritte su minuscoli bigliettini, che è vietato toccare. «Dio Padre» sta scritto sulla pergamena firmata semplicemente Joannes Paulus «tu hai scelto Abramo e i suoi discendenti per portare il tuo nome alle nazioni. Noi siamo profondamente rattristati per il comportamento di coloro che nel corso dei secoli hanno causato sofferenze ai tuoi figli e, mentre chiediamo perdono, vogliamo impegnarci a vivere in autentica fraternità con il popolo dell’Alleanza». 
Adesso la pergamena è religiosamente custodita nel memoriale di Yad Vashem. 

Papa giovanni paolo 2 e ehud barak

 

Giovanni Paolo II con il premier israeliano Ehud Barak il 21 marzo 2000.

In tutti i discorsi ufficiali da parte ebraica non è mai stato nominato Gesù.

Il viaggio in Terra Santa di Giovanni Paolo II, svoltosi dal 21 al 26 marzo in Giordania, Israele e nei territori dell’Autorità Palestinese, ha rappresentato certamente l’apice delle sue missioni internazionali. In un certo senso, è stata la summa dei suoi pellegrinaggi intorno al mondo. Benché gli aspetti politici siano sotto gli occhi di tutti, sarebbe un errore dimenticare che per Giovanni Paolo II il viaggio è stato più di ogni altra cosa un evento mistico. Il Papa ha vissuto con profonda commozione e trasporto il suo, passaggio la sua sosta, la sua preghiera nei luoghi della nascita, predicazione e passione di Gesù Cristo. C’era già stato, quasi quaranta anni fa da vescovo durante una pausa del Concilio. Ma adesso Karol Wojtyla era lì da successore di Pietro e da servo sofferente, che conduce la Chiesa nel terzo millennio. Il momento culminante di venti anni di pontificato. Raccontano che in certi luoghi è stato difficile strapparlo alla meditazione e riportarlo ai doveri del programma. D’altronde, il suo ritorno al Golgota, letteralmente poco prima di partire per Roma, rivela la sua sete di spiritualità e di condivisione con il mistero dell’Agnello. Il mondo si è piuttosto concentrato su tre aspetti: il conflitto israelo‑palestinese, le relazioni fra Vaticano e Stato d’Israele, i rapporti tra Chiesa cattolica ed ebraismo. 

giovanni paolo 22 e yasser arafat

Giovanni Paolo II e Yasser Arafat presisente dell'Autorità Palestinese.

In ognuno di questi campi Giovanni Paolo II ha dato un impulso. La firma dell’accordo vaticano-palestinese a metà febbraio, resa più solenne da un nuovo incontro di Arafat con Giovanni Paolo II, è parte integrante del suo, pellegrinaggio politico in Terra Santa. Il Vaticano ricorda la cornice internazionale di una giusta pace: rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite, legittimità dell’aspirazione ad uno Stato palestinese, garanzie internazionali per Gerusalemme, inammissibilità di mutamenti unilaterali dello status della Città santa, definiti inequivocabilmente «moralmente e legalmente inaccettabili». 
Un atto significativo, che ha fissato i paletti e sgomberato il campo dalla necessità che Giovanni Paolo II fosse costretto a sgradevoli puntualizzazioni durante il suo viaggio in Terra Santa. Una volta a Gerusalemme, il Papa si è dunque potuto concentrare su un messaggio di pace, riconciliazione e convivenza. La visita del Pontefice a Betlemme, città sotto bandiera palestinese, ha riaffermato visibilmente l’appoggio del Vaticano alla nascita di uno Stato palestinese e al diritto al ritorno dei profughi sparsi nel Medio Oriente. 
Sul piano dei rapporti bilaterali fra Vaticano e Israele, il viaggio segna indubbiamente il compimento della piena normalizzazione. Lontani e archiviati sono i tempi in cui Paolo VI sembrava imbarazzato di trovarsi sul suolo israeliano, non lo nominava nemmeno e veniva ricambiato da un clima di cortese gelo. Giovanni Paolo II, venuto dalla terra di Auschwitz, stretto da vincoli di amicizia a molti che sono periti o scampati alla fornace dei lager nazisti, ha fortemente voluto l’allacciamento delle relazioni diplomatiche con Israele e non ha mai cessato di levare la voce contro vecchie e nuove forme di antisemitismo. La sua gioia di ritornare nella terra ridiventata dopo secoli patria e focolare degli ebrei era assolutamente sincera. L’incontro con il presidente e il premier israeliani ha dato il suggello a relazioni finalmente serene. 
Però il carattere eccezionale del viaggio si è riflesso principalmente nei rapporti con l’ebraismo. C’è anzitutto un aspetto umano. Per la prima volta milioni di ebrei di Israele hanno imparato a conoscere cos’è un papa, cos’è la Chiesa cattolica. In un immaginario in cui troppo spesso si sovrappongono le immagini della croce e del campo di concentramento, sullo sfondo di una memoria storica in cui il pulpito cristiano rievoca semplicemente i roghi, l’arrivo di Giovanni Paolo II ‑ con la mole di reportage preliminari da parte di giornali, radio e televisioni ‑ ha portato anzitutto “informazione”, ha rotto un muro di indifferenza se non di ripulsa, ha spalancato le porte ad una conoscenza diretta. 
La figura stessa di Karol Wojtyla ha provocato emozione e turbamento. «È un uomo santo» hanno esclamato molte persone, che peraltro non nutrivano nessun interesse per la Chiesa cattolica. La sua sosta riverente a Yad Vashern, il suo pellegrinaggio al Muro del pianto hanno scosso e turbato tantissimi ebrei. 
Sono semi per il futuro. Nessuno può ignorare che molto c’è ancora da fare per superare un fossato, scavato da secoli di violenze cristiane contro gli ebrei. 
Adesso, tuttavia, si apre una pagina totalmente nuova. Anche per gli ebrei. Passare dal dialogo alla riconciliazione è la sfida di questo secolo. Notava un cardinale del seguito papale, confidandosi durante il viaggio, che nei discorsi delle più alte autorità israeliane non è mai stato nominato Gesù. Nella sua terra il Verbo è l’Innominato: che paradosso! 
Si può parlare tranquillamente di Maometto o di Budda, discutendo del loro ruolo storico senza per questo accettare la loro religione o filosofia, ma non si può nominare il Nazareno. Con questo scoglio l’ebraismo deve fare i conti, questo scoglio prima o poi va superato proprio se si vuole arrivare a quella fratellanza evocata su labbra ebraiche. È un processo difficile, ma indispensabile per una piena accettazione reciproca (il che non vuol dire né sincretismo né riconoscimento dei dogmi dell’altro). Al di là della guarigione dalle drammatiche ferite provocate dall’antisemitismo si pone oggi il traguardo di una autentica riconciliazione tra i seguaci della Torah e i seguaci del Vangelo. Fratelli diventati nemici. E la riconciliazione, ha ricordato Giovanni Paolo II a Gerusalemme, è sempre un processo in due sensi. 

Lunedì, 18 Novembre 2013 16:21

TUTTI A NOALE IL 6 DICEMBRE 2013

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NON PERDETEVI QUESTA OCCASIONE PER CONOSCERE LA VERA STORIA DI FRANCESCO DI ASSISI DURANTE LA QUINTA CROCIATA, RACCONTATA A FUMETTI.

La città di Noale può ben presentarsi con le sue antiche radici medievali per questo evento di carattere storico-artistico. Le sue mura e le sue torri ricordano i fasti delle famiglie che l'hanno governata, prime fra tutte quella dei Tempesta. Ma la sua storia è anche legata ai grandi Comuni, come Treviso, Padova e infine la gloriosa Repubblica di Venezia. 

Questa premessa è doverosa e significativa per creare la cornice emotiva nella quale inserire la storia di Francesco di Assisi, la sua visita al Sultano Malek al-Kamel nel 1219 durante la quinta crociata, e la sua inevitabile connotazione sociologica per la nostra quotidianità. Oggi l'Islam è qui tra noi, con le sue multiformi tradizioni culturali, ma con un'unica matrice religiosa: il Corano. "Bibbia" islamica per antonomasia, ma che è molto diversa dalla Bibbia ebraica e dai Vangeli cristiani. Guida dei credenti musulmani per i quali il mondo deve ruotare intorno alla legge islamica per eccellenza: la Sharia, generatrice di una antropologia culturale conflittuale con quella di origine evangelica, maturata nei secoli nel nostro ambiente culturale e religioso nato dalla filosofia greca e da quella cristiana.

Riflettere su come Francesco di Assisi sia riuscito a dialogare con il Sultano, in un momento così travolgente e tragico come una crociata, deve provocarci tutti, cristiani e musulmani, nel prendere ad esempio il suo modo, la grande fede nel Cristo redentore, la consapevolezza che molte volte il martirio può essere il risultato della testimonianza evangelica, come, purtroppo anche oggi si verifica, e proprio nei paesi dove l'Islam governa e legifera. Papa Francesco ce lo ricorda ad ogni occasione come i cristiani siano oggetto di persecuzione e di violenza. I martiri cristiani di oggi sono migliaia di volte più numerosi di quelli delle prime persecuzioni dell'impero romano. Impariamo da Francesco di Assisi la lezione che ha lasciato per primi ai suoi frati, che dal 1213 sono lì a proteggere i luoghi della Redenzione, da tutte le violenze e da tutte le aggressioni, subendo anche loro il martirio, come i primi apostoli, e  per il solo fatto di tentare di far conoscere Gesù con la predicazione e la testimonianza.

 Locandina 6 DICEMBRE 2013 NOALE

IL GUADAGNO DELLA VENDITA DEI FUMETTI VA ALLE INIZIATIVE DI CARITA' DEI FRATI FRANCESCANI DI TERRA SANTA, IN PARTICOLARE PER LA LORO PARROCCHIA DI BETLEMME E PER L'AIUTO UMANITARIO AI PROFUGHI DELLA GUERRA CIVILE IN SIRIA, RIFUGIATI IN GIORDANIA E IN LIBANO. 

  

ORIGINI E  STORIA DEL COMMISSARIATO DI TERRA SANTA DI VENEZIA.

Alcune note redatte nel 1992 a margine del 600.mo anniversario della costituzione del Commissariato di Terra Santa a Venezia.

LOGO CUSTODIALE

Logo della Custodia Francescana di Terra santa.

Il VI centenario dell'istituzione del Commissariato di Terra Santa di Venezia è occasione propizia per riandare alle origini di quella singolare attrazione del mondo cristiano verso i "Luoghi Santi",come comunemente veniva chiamata la terra che aveva visto la vicenda umana di Gesù che è ormai una componente fissa dello stesso "costume" cristiano. E poiché per secoli quell'attrazione ha trovato espressione ad opera della Serenissima Repubblica di Venezia, è ovvio che la rievocazione si incentri - dopo brevi cenni sulle sue origini antiche - sulle vicende che hanno fatto di Venezia la capitale della peregrinatio, il pellegrinaggio per eccellenza, il "passaggio di vita", destinato a determinare, nei fortunati che riuscivano a compierlo, una conversione profonda.   .

La vicenda passa attraverso il turbine delle crociate e si assesta nell'assetto assunto dall'Orientsotto l'Islam.

Il ruolo svolto per secoli dalla Serenissima, dapprima nell'ambito delle Crociate, poi nell'organizzazionee nella gestione del grande Pellegrinaggio in terra musulmana, rappresenta un capitolo solo apparentemente marginale della sua lunga storia, mentre costituisce - oltre che uno straordinario esempio di continuità dell'azione politica ed amministrativa - il frutto ed il collaudo della sua straordinaria potenza ed importanza nella scena politica orientale e mondiale.

Dopo la fine delle Crociate l'attività della Serenissima di protezione e di assistenza alla peregrinatio dura ininterrotta - pur tra i vari "protettorati", prima di Napoli e Spagna e poi di Francia - fino al "tremendo zorno del dodeze", quel 12 maggio 1797, in cui per voto del suo Maggior Consiglio la Repubblica cadde.

La stabilità della situazione negli ultimi secoli rende interessante il suo formarsi attraverso una trama che intreccia le vicende "domestiche" (specie del tremendo confronto tra Venezia e Genova) con la situazione internazionale, nel rapporto col mondo islamico.

 

San Francesco della Vigna del Canaletto
La chiesa-convento di san Francesco della Vigna, dipinta dal Canaletto.
In questo convento ebbe sede fin dal 1392 il Commissariato della Custodia Francescana di Terra Santa.

 

La celebrazione del sesto centenario della costituzione del Commissariato veneziano di Terra Santa, sottolinea l'importanza storica di una primogenitura e richiama i valori che ne hanno giustificato l'istituzione e tuttora ne giustificano l'esistenza. Il grande “passaggio", il pellegrinaggio per eccellenza, ha sempre suscitato un fascino straordinario in molti cristiani, facendone nelle varie epoche, volta a volta: un ideale di vita, l'occasione o la confessione di una radicale conversione, o anche solo una fonte di guadagno, se non di svago, vestito di interesse religioso. Certo è che in epoche in cui il "valore" religioso era ben più significativo di quanto non lo sia oggi, anche il pellegrinaggio aveva altro significato - oltre che altre difficoltà e onerosità - di oggi. Nel Pellegrinaggio Venezia ha sempre unito alla confessione della fede la tutela di interessi commerciali, o anche di "rappresentanza", in Oriente, del mondo cristiano. Ecco che l'istituzionalizzazione, la consacrazione giuridica di una rappresentanza "ufficiale" degli interessi religiosi e politici legati al Pellegrinaggio, ha trovato attuazione - tra le primissime - a Venezia, nel 1392, col rilascio della procura di "commissario" da parte del Custode di Terra Santa, fra Gerardo, Calveti Chaudet, a Ruggero Contarini.

In un trattato di diritto veneziano si legge: "Commissario è quello alla cui fede fu commessa la cura di una persona, di una cosa, e l'esecuzione d'una commissione: deriva dal latino committere, che tra gli altri sensi contiene anche quello di raccomandare all'altrui fede. Appresso noi, con quella parola si comprendono generalmente i Tutori, ed i Curatori". Nella terminologia giuridica veneziana, pertanto, "Commissario", significava "incaricato", procuratore o curatore generale degl'interessi di una persona o istituzione. Il suo traslato avrebbe dovuto fare, (e si disse per secoli), commissarìa (come da Avogadore si disse avogadorìa, da Rettore rettoria, da Provveditore provveditorìa); il termine attuale suona alquanto improprio, anche per quel vago sapore di poliziesco che sottende.

Il primo "Commissario" di Terra Santa, nell'accezione veneziana del termine, fu Ruggero Contarini. La famiglia Contarini era una delle dodici cosiddette famiglie "apostoliche", formanti il ceppo più antico della nobiltà veneziana; esse sarebbero state individuate e catalogate perché "avrebbero eletto, nel lontano anno 697, il leggendario primo doge, Paoluccio, che la tradizione ha soprannominato Anafesto". Una casata illustre, che ha dato alla Repubblica vari dogi e molti tra i massimi governanti; una famiglia molto legata alla religione, che diede alla Chiesa alti dignitari, molti cardinali e vari patriarchi; taluno dei cui figli è anche salito agli onori degli altari, mentre altri, come accade in ogni grande dinastia (e la cosa non deve recar meraviglia spaziando la vita dell'illustre casata per oltre una decina di secoli) finirono la vita  sul patibolo come grassatori e banditi "illustri".

 Un fratello di Ruggero Contarini, quel Giovanni che troveremo a Oxford nel 1393, fu Patriarca di Costantinopoli dal 1409 al 1451.

Del primo commissario, Ruggero Contarini, si hanno poche notizie biografiche e familiari, si sa che nel 1397 aveva numerosa prole e nel1404 contava in casa una "brigada" di dieci figli tra cui cinque femmine. Nel 1405 rifiutò il “carico" (come si diceva allora) di "bailo" presso il Re di Cipro, ma accettò quella di "ofizial a veder le raxon de la guerra"

Non è dimostrabile che sia mai andato in Oriente, a differenza di altro suo fratello noto, Andrea, che incarnava il tipo del mercante veneziano viaggiatore. È ben probabile che, come accadeva solitamente nelle grandi famiglie veneziane, mentre Giovanni e Andrea erano all'estero", (il primo per ministero ecclesiastico, il secondo per traffici), Ruggero sia rimasto in patria a dirigere interessi mercantili della famiglia.

Nel 1392 Ruggero Contarini era stato nominato da Fra Gerardo "commissario" di Terra Santa per il territorio della Repubblica Veneta. Questa nomina venne legalizzata nel marzo del 1393, con la ratifica notarile, quando fra Gerardo giunse a Venezia col Principe inglese Enrico di Lancaster, (futuro re Enrico IV d'Inghilterra), reduce dal Pellegrinaggio in Terra Santa. Ecco come il "commissario" descrive, (dando notizia dell'evento qui commemorato), il conferimento della commissarìa, in una lettera del 19 aprile 1393 al fratello Giovanni, in quel tempo a Oxford:

"el Vardian de Santa Jeruxalem è vegnudo de qui [a Venezia] chon questa gallia (nave mercantile) del fio del ducha de Lanchastro: el qual (Vardian) de (ci) aveva mandà una prechura de so man, et qui de (ce) l'à fata per man de noder molto anple. Jesu Christo, che nasiè et morì in quelli santiluogi, de (ci) fazaadovrar a far quello sia la soa voluntade. El dito Vardian è partido de qui chon quel Signor, et penso chon la grazia de Dio vu el vedarè in quelle parte, sì che porè raxionar chon lui".

Dalla lettera possiamo anche arguire che l'incarico, certo particolarmente stimato a Venezia, dove affluivano tutti i Pellegrini che andavano o tornavano dall'Oriente, sia stato disimpegnato con zelo e abnegazione; egli certo benemeritò della "causa" affidatagli, dal momento che gli venne riconosciuta la facoltà di nominare nel testamento il successore. Il testamento di Ruggero porta la data del 22 maggio 1415 e nomina nello stesso incarico il nipote Carlo, figlio d'un altro fratello, Giacomo, morto di peste nel 1400.

A tutt’oggi non si riesce a sapere quando a Venezia, al posto dei laici secolari, incominciassero dei religiosi, francescani s’intende, a occuparsi in modo diretto e sistematico delle cose spettanti ai Luoghi Santi.

Un nuovo dato ben sicuro e chiaro, riguardante Venezia, è la disposizione del Capitolo generale dell’Ordine tenuto nel 1523, con il quale viene stabilito che i Frati in partenza per la Terra Santa, o di ritorno dalla medesima, dovessero presentarsi al “Commissario Gerosolimitano residente a Venezia”.

Col secolo XVI il ruolo e le funzioni del Commissariato Veneto di Terra Santa si va precisando sempre meglio sotto l’aspetto giuridico-religioso, come dimostra la documentazione d’archivio. Un chiaro indice dell’importanza del Commissariato Veneto di Terra Santa, lungo i secoli XVI e XVII, si trova nella legislazione francescana dell’epoca.

Inoltre, è proprio in quel periodo che la sua notorietà si diffonde in Europa per il fatto che sapeva rendersi utile con opportune e fidate informazioni e prestazioni a chi andava in Terra Santa. Negli archivi si trovano testimonianze scritte nelle relazioni di viaggio di pellegrini di tutte le nazioni europee.

Naturalmente, non sono mancate le difficoltà. Una di queste proveniva, quasi sistematicamente, da certe ingerenze del governo della Serenissima. È noto, infatti che nel ‘600 e ‘700 il cosiddetto giurisdizionalismo veneziano si faceva sentire in tutti i settori ecclesiastici e religiosi. Ciò nonostante , i Padri Commissari hanno saputo destreggiarsi in modo tale da poter assolvere il proprio compito con dignità e generosità, come lo può confermare la documentazione acquisita. Un significativo riconoscimento in proposito, con valore emblematico, si trova in una relazione inviata nel 1775 da Gerusalemme alla Santa Sede, nella quale si legge che il “più puntuale a mandare esattamente quello che viene richiesto è il Commissario di Venezia”.

E già che sono stati nominati i Padri Commissari è bene aggiungere che in quei secoli ben cinque Commissari di Venezia erano stati in precedenza incaricati della Custodia dei Luoghi Santi, a significare il ruolo strategico che il Commissariato di Venezia svolgeva nell’economia generale della gestione dei pellegrinaggi e delle collette per aiutare i frati e i cristiani di quelle terre.

La caduta della Repubblica di Venezia il 12 maggio 1797, e la devastazione conseguente dell’impero napoleonico con la soppressione degli Istituti religiosi e il saccheggio di tutte le opere d’arte contenute nei monasteri e nei conventi della Repubblica, da parte delle armate al seguito di Napoleone, hanno causato un inesorabile declino di ogni attività del Commissariato di Terra Santa. Solo la solerzia e l’acume, tipicamente francescani, del Padre Antonio Bravin, ha consentito di mantenere, per oltre 50 anni dal 1806 al 1856, l’Ufficio del Commissariato così da poterlo trasmettere al suo successore. 

L’ultimo secolo e mezzo, pur tenendo conto delle inevitabili mutazioni dei tempi e delle situazioni, l’attività del Commissariato Veneto di Terra Santa non ha conosciuto vere soste o calo sensibile nello svolgimento dei suoi impegni.

Venendo ai decenni più vicini a noi, ci si trova di fronte a cronaca vissuta, che la si può sintetizzare in alcune constatazioni.

 

chiesa votiva di trevisoLa chiesa-convento della Chiesa Votiva a Treviso, dove dal 1988 ha sede il Commissariato della Custodia Francescana di Terra Santa per il Triveneto.

 

Continua sempre con impegno l’attività propria di ogni Commissariato di Terra Santa, vale a dire la raccolta di offerte per i Luoghi Santi e la divulgazione-promozione della conoscenza di quelle terre e della loro storia. Inoltre si è andata sviluppando l’organizzazione dei pellegrinaggi in Terra Santa, come mezzo potente per una migliore conoscenza del Vangelo e delle necessità di oggi per quelle popolazioni di antica fede cristiana.

Dal 1988 la sede del Commissariato, dal convento di San Francesco della Vigna a Venezia, si è trasferita presso il convento della Chiesa Votiva a Treviso con l’insediamento dell’attuale Commissario padre Aldo Tonini, anzi la denominazione attuale è Commissariato Triveneto di Terra Santa.

Dal 2 febbraio 1988, giorno del trasferimento, si è attivato anche il Movimento Amici di Terra Santa del Triveneto, grazie alla volontà dell’allora vescovo di Treviso mons. Antonio Mistrorigo, all’epoca priore dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Il significato della celebrazione

La commemorazione del sesto centenario della nomina del primo "Commissario" vuole rievocare l'evento con brevi cenni storici, cercando di collocarlo nel contesto in cui ebbe luogo.

L'istituzionalizzazione dell'interesse diretto e organico per il Pellegrinaggio, comportò la cura assidua e continuativa degli interessi sia dei Luoghi Santi che dei Francescani, che ne furono per secoli gli unici custodi.

La Commissarìa si inquadra perfettamente nell'opera assidua della Serenissima Repubblica di Venezia, che esercitò per lunghi secoli una specie di "delega" generale del mondo cristiano per la difesa del nome cristiano, in pace e in guerra, presso la Sublime Porta e nel mondo musulmano.

L'attuale "Commissariato" vorrebbe riaprire quel solco glorioso, per continuare a essere seme di interesse e di amore per i luoghi che furono la culla del Salvatore.

 

padre aldo tonini commissario
Fra Aldo Tonini ofm, attuale Commissario.

 

Fonti:

 “COMMISSARIATO DI TERRA SANTA DI VENEZIA”,a cura di Ivone Cacciavillani, stampato presso la Dipro di Roncade (TV) nel mese di settembre 1992.

“COMMISSARIATO VENETO DI TERRA SANTA – CENNI STORICI”. Pro manuscripto. A cura di p. Metodio Brlek. Gerusalemme, 1993.

24° CONGRESSO AMICI DI TERRASANTA DEL TRIVENETO

PRESSO IL TEATRO AURORA DELLA CHIESA VOTIVA DI TREVISO, via Venier 34, DALLE 15 ALLE 18 30

Grande attesa nel Triveneto per gli Amici di Terra Santa. Il 9 giugno 2013 si terrà il 24° Congresso. Il tema di quest’anno riguarda i risultati del Sinodo dei Vescovi del Medio Oriente svoltosi a Roma dal 10 al 24 ottobre 2010. Le relazioni saranno svolte da fra Aldo Tonini, Commissario di Terra Santa per il Triveneto, dal prof. Ivano Cavallaro e dal prof. Gianfranco Trabuio. Saranno illustrate le situazioni attuali dei nostri fratelli nella fede alla luce delle conseguenze, nefaste per i cattolici di quei territori, dopo la conclusione delle fantomatiche primavere arabe. Oggi al governo di quei paesi ci sono i fondamentalisti islamici che hanno sostituito i dittatori laici, i quali, in quanto laici, non governavano quei popoli con intenti dichiaratamente persecutori nei confronti dei cristiani, in generale. Lo scopo del Congresso è quello di rendere edotti i partecipanti sull’importanza dell’impegno di tutti i cattolici, nel sostenere con la preghiera e con l’aiuto materiale i nostri fratelli nella fede, come hanno abbondantemente sostenuto gli ultimi due Papi. Benedetto XVI indicendo il Sinodo e Francesco con l’invito pressante a pregare per i cristiani perseguitati e uccisi, oggi, nei paesi a maggioranza islamica.

Se i fedeli cattolici di quei paesi fuggiranno perché la loro esistenza diventa sempre più ardua e piena di sofferenza, anche noi ne porteremo la responsabilità. Ricordiamolo: i cattolici che là vivono sono arabi o palestinesi e hanno le loro radici culturali e religiose nelle prime comunità giudaico-cristiane, quelle evangelizzate dagli apostoli. Ecco perché è importante ascoltare l'invito pressante che papa Benedetto XVI ha rivolto al mondo cattolico durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa: aiutare a mantenere le pietre vive di quelle comunità.

 

Lunedì, 17 Dicembre 2012 14:07

I VOLONTARI PER LA TERRA SANTA

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Sabato 20 ottobre 2012: “Quinta giornata per le associazioni di Terra Santa”

Roma-Auditorium Antonianum

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L’incontro annuale tra il Custode fra Pierbattista Pizzaballa e le associazioni di volontariato  che sostengono progetti in Terra Santa si è svolto in un clima di grande preoccupazione per le note vicende legate alle rivoluzioni nei paesi musulmani che attorniano la Terra Santa. Le rivolte arabe del 2011, proseguite fino ad oggi, hanno cambiato equilibri, governi e stile di vita delle popolazioni del Medio Oriente. La minoranza cristiana, in particolare, sta facendo i conti con un cambiamento carico di incertezze e guarda al futuro con trepidazione. Spera che si affermino regimi più liberi e democratici, ma teme anche l'arrivo di regimi islamici totalitari. Oggi, purtroppo, risulta evidente come l’estremismo islamico del partito fondamentalista dei Fratelli Musulmani stia prendendo il potere in quei paesi dove sono avvenute le fantomatiche primavere arabe, trasformatesi repentinamente in inverni, e dove le minoranze cristiane sono fatte segno di violenza e di persecuzione.

L’incontro ha visto la preziosa testimonianza di sua beatitudine Mar Ignatius Youssef III Younan, patriarca della Chiesa siro-ordotossa di Antiochia, intervistato dalla giornalista Manuela Borracino, autrice del libro «2011, l'anno che ha sconvolto il Medio Oriente» (Ed. Terra Santa 2012)

  All’inizio dell’incontro viene osservato un minuto di silenzio e di preghiera per le vittime cristiane degli attentati degli estremisti islamici.

Il patriarca ha parole di elogio per gli italiani, per le numerose iniziative di aiuto e di sostegno alla causa dei cristiani che vivono nei territori dove la Custodia Francescana di Terra Santa è presente, dall’Egitto alla Siria, passando per  Israele, la Palestina, il Libano e la Giordania. Precisa che quanto sta avvenendo in Siria è il risultato di una lotta confessionale tra correnti islamiche, tra gli Alawiti di Assad e i Sunniti, finanziati e armati soprattutto dall’Arabia Saudita. Ai Sunniti si sono aggregati tutti i terroristi islamici provenienti dall’estero, dai Salafiti ad Al Qaeda. Il risultato terrificante di tutto questo è il massacro dei civili e in particolare dei cristiani che in Siria esistono dai tempi di San Paolo.

L’aspetto più grave a livello internazionale è l’assenza tragica dell’Europa e delle sue istituzioni politiche. L’assenza dell’Europa non aiuta i cristiani della Siria e del Medio Oriente. La politica europea è basata sul non immischiarsi in situazioni che la potrebbero danneggiare economicamente. Così nel 21° secolo si possono calpestare i diritti civili di intere popolazioni in nome del “politicamente corretto”.

D’altra parte con quale faccia si presenterebbe l’Europa che ha rinnegato le proprie radici cristiane, che apre alla libertà religiosa di qualunque fede perseguendo, però, i cristiani che osino mostrare in pubblico il simbolo cristiano della croce?

Le rivoluzioni arabe che erano nate per abbattere i dittatori e per la conquista dei diritti civili, si sono trasformate in dittature fondamentaliste e nella negazione di quei diritti elementari che sono alla base di qualunque convivenza civile. Viene negata la libertà religiosa, viene negata la libertà di coscienza e viene proposta la sola libertà di osservare la famigerata legge coranica, la Sharia.

Il pomeriggio è stato tutto dedicato alle numerose testimonianze delle Associazioni che operano nel sostenere i progetti di aiuto alle popolazioni dei territori, dove la Custodia opera alacremente con i suoi frati.

Da segnalare l’originale iniziativa della Diocesi di Vicenza che con il suo Ufficio Pellegrinaggi sta lavorando al progetto “Magdala” per il recupero archeologico della città della Maddalena, recentemente portata alla luce da recenti scoperte archeologiche. Altra originale iniziativa è stata presentata da fratel Giuseppe Spampinato dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld che racconta l’attività medica realizzata a Taybeh (antica Eprhaim), grazie ad alcuni volontari che prestano la loro opera in quella comunità della Samaria dove la totalità degli abitanti è cristiana (cattolici e ortodossi).  L’ultima, è più commovente, è stata la testimonianza di suor Lucia Corradin del Charitas Baby Hospital di Betlemme, che ha raccontato la recente attivazione del reparto di neonatologia in quella città cinta d’assedio dal tremendo muro di cemento che la isola dal resto di Israele.

Al termine della giornata che ha visto la partecipazione di oltre un centinaio di volontari, fra Pierbattista ha concelebrato la Santa Messa e dato l’arrivederci per l’anno 2013, augurandosi che grazie al lavoro dei volontari la situazione delle comunità cristiane vada migliorando.

 20 OTTOBRE 2012 YOUNAN 2

Nella foto, da sinistra Carlo Giorgi delle Edizioni Terra Santa di Milano, il patriarca Mar Ignatius Youssef III Younan, patriarca della Chiesa siro-ordotossa di Antiochia e la giornalista Manuela Borracino 

20 OTTOBRE 2012 PIZZABALLA 2

Nella foto, da sinistra fra Giuseppe Ferrari responsabile dei Commissariati di Terra Santa per l'Italia e il padre Custode fra Pierbattista Pizzaballa, al momento della Santa Messa di chiusura.

 

 

 

 

Martedì, 27 Novembre 2012 10:44

BAMBINO GESU', PROTEGGIMI TU

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BAMBINO GESU', PROTEGGIMI TU

Questo è un invito particolare che rivolgiamo a tutti, non tanto per la partecipazione,  ma  come esempio di come si potrebbe vivere il Santo Natale facendo vedere il bel Gesù Bambino proveniente dalla grotta di Betlemme, facendolo baciare dai bambini e dalle mamme e facendo benedire le comunità parrocchiali con la preziosa reliquia.

La scultura, in legno di cedro, proviene dalla Custodia Francescana di Terra Santa e contiene un reliquiario in argento contenente frammenti della roccia della grotta della Natività. Il messaggio che ne deriva è proprio questo: far conoscere nelle nostre terre, ormai devastate dall'indifferenza religiosa, che il Natale è Gesù che viene nel mondo, non è Babbo Natale con la slitta dei doni.

Ecco la proposta: INVITATE ANCHE VOI NELLE VOSTRE PARROCCHIE il Gesù Bambino di Betlemme. telefonate a padre Aldo Tonini, Commissario di Terra Santa per il Triveneto, e prenotate la visita del Bambino Gesù. TEL. 0422 405505 oppure  e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Moniego locandina