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Mercoledì, 14 Marzo 2018 21:09

SAN GIUSEPPE DALLE VISITANDINE

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MONASTERO DELLA VISITAZIONE, TREVISO.
12 MARZO 2108
CONFERENZA SU SAN GIUSEPPE. 
Tra pochi giorni sarà la festa di S. Giuseppe, penso sia doveroso leggere questo dettato di Maria SS. che (nei testi valtortiani) ci spiega che anche Giuseppe ebbe la sua passione, come Gesù e come lei stessa. Ed è molto facile immaginarsi di che cosa stia parlando la nostra Mamma celeste, pensando a quel famoso giorno quando lui arrivò a Gerusalemme per riportare la sposa a Nazareth (di ritorno dalla sua visita alla cugina Elisabetta) e si accorse che Maria era incinta!
Maria ci svela la Passione di S. Giuseppe
Ma, prima di passare a riflettere sul testo Valtortiano è necessario inquadrare il ruolo di San Giuseppe nella Storia della Salvezza.

Non ha senso disquisire su singoli fatti o singoli personaggi se non si fa uno sforzo di illustrare il significato della Creazione da parte di Dio Padre.

È utile e necessario entrare in questa storia immaginando di essere come davanti a un affresco delle nostre stupende chiese medievali, ecco, chiudiamo gli occhi e guardiamo con gli occhi del cuore questa storia che ci verrà narrata direttamente dalla Madonna.

San Giuseppe Icona ridotta

Icona di San Giuseppe col Gesù Bambino

Quando Dio creò il mondo, creò l’uomo e da questo creò la donna, certamente sapeva come sarebbe andata a finire dal momento che dopo aver creato anche gli angeli, una folta schiera di questi guidati da Lucifero si ribellarono pretendendo di essere simili al Dio Creatore.

Da quella separazione da Dio per atto di superbia discende la nostra storia ancora oggi. È dal peccato originale che dobbiamo partire, quando il Creatore profetizza al diavolo tentatore e a Eva e Adamo che avrebbe mandato una donna che avrebbe schiacciato la testa al seduttore e che da questa donna sarebbe nato il Redentore dell’umanità. L’Emmanuele che avrebbe riportato l’umanità nell’alveo della salvezza grazie al suo sacrificio sulla croce.

Il culto a san Giuseppe attraverso i secoli
I Vangeli nominano san Giuseppe una quindicina di volte, ma senza mai registrare una sola sua parola; così che sarebbe più facile scrivere sui silenzi del Santo che non sulla sua vita. La stessa sua morte non è menzionata in nessun luogo. E in seguito, dovranno passare parecchi secoli, prima di trovare tracce di vera devozione a lui.
Bisognerà attendere san Bernardo (1090-1153), san Francesco d'Assisi (1182-1226) e le Crociate (secc. XII-XIII) per vedere sviluppato il culto a lui dovuto.
Solo nel sec. XII, infatti, si riscontra che molte chiese d'Occidente celebrano la memoria di san Giuseppe.
Una vera crescita del suo culto si ha nel sec. XV, soprattutto per merito di alcuni santi e dottori della Chiesa e, nel secolo seguente, spicca lo zelo giuseppino da parte di Ordini religiosi sorti dopo il Concilio di Trento, concluso nel 1563.
Si distingue, in particolare, santa Teresa di Gesù - santa Teresa d'Avila -  (1515-1582), che dedica a san Giuseppe i primi monasteri del Carmelo e si affida a lui, considerandolo suo padre e suo maestro.
Seguono poi san Francesco di Sales (1567-1622), san Pietro d'Alcantara (1499-1562). sant'Ignazio di Lojola (1491-1556) e Giacomo Olier (1608-1657), che con le loro famiglie religiose cercano di imitare l'esempio di santa Teresa. Motivo per cui Gregorio XV, papa dal 1621 al 1623, confermò la festa in onore di san Giuseppe, già fissata per il 19 marzo da Urbano VIII.
Finalmente Pio IX, aderendo alla richiesta del Concilio Vaticano I, coronava san Giuseppe con il titolo di Patrono della Chiesa universale, e il 27 aprile 1865 accordava per il mese di san Giuseppe (marzo) le stesse indulgenze concesse per il mese di maggio dedicato alla Madonna.
Il suo successore poi, Leone XIII, nell'enciclica Quamquam pluries (dedicata alla devozione del Santo Rosario e alla devozione di San Giuseppe) del 15 agosto 1889, applicando a san Giuseppe le parole che il faraone d'Egitto aveva detto a Giuseppe figlio di Giacobbe: «Ite ad Joseph!» andate a Giuseppe, raccomandava nuovamente la devozione al gran Santo, specialmente nel mese di marzo.
San Pio X, inoltre, al principio del secolo scorso, approvava le Litanie di san Giuseppe e riconosceva in san Giuseppe il patrono dei moribondi, delle famiglie cristiane e degli operai, nonché il custode delle vergini.
Assai devoto del gran Santo di Nazareth fu pure il papa Pio XII, il quale, parlando il 7 settembre 1947 agli uomini di Azione Cattolica, riuniti in piazza San Pietro, li esortava a ricorrere a san Giuseppe:
- per salvare la famiglia minacciata dalla corrente materialista,
- per realizzare una miglior giustizia sociale,
- per ottenere una più equa distribuzione delle ricchezze,
- per rinnovare lo spirito e la pratica della lealtà e veracità nella convivenza umana,
- e per realizzare, infine, una giusta pace tra i popoli.
E spiegava che, per guadagnare gli uomini a Cristo, non c'è un Uomo, come Giuseppe, così vicino al Redentore per vincoli domestici, per quotidiani rapporti, per armonia spirituale e per una vita ricca di grazia divina, pur essendo umile lavoratore manuale, che possa aiutare l’umanità a entrare profondamente nel disegno di Dio creatore .
Inoltre il 10 maggio 1955, alla moltitudine di aclisti convenuti a Roma, annunciava di istituire la festa liturgica di san Giuseppe artigiano, assegnandola appunto al primo giorno di maggio di ogni anno.
E all'inizio del Concilio Vaticano Il il papa Giovanni XXIII dichiarava san Giuseppe Patrono dello stesso Concilio e concedeva che il nome di san Giuseppe fosse inserito nel Canone Romano della Messa.
E, per finire, bisognerebbe leggere l'Esortazione Apostolica Redemptoris Custos: “CUSTODE DEL REDENTORE”(15 agosto 1989) di Giovanni Paolo Il, nella quale, riassumendo quanto detto dai Pontefici precedenti, egli lumeggia san Giuseppe nella sua figura e missione, nel quadro evangelico e nella storia della salvezza, nelle sue virtù di uomo giusto e sposo esemplare, nella sua professione di lavoratore e nel primato che egli riservò alla vita interiore, nonché nella sua funzione di patrono della Chiesa del nostro tempo.
Non resta, perciò, che andare anche noi a Giuseppe, fare esperienza dei suoi esempi e godere della sua potente intercessione (cfr. A. Bessières S.J., Presenza di san Giuseppe, pp. 25-34).

Concludendo questa breve introduzione ritengo si possa definire San Giuseppe, sposo di Maria Vergine e padre putativo del Verbo incarnato, come il primo pontefice della Chiesa. Cosa rappresentava la Sacra Famiglia nella casa di Nazareth se non la prima cellula della Chiesa che poi Gesù avrebbe riconfigurato dando mandato a Pietro di edificarla in tutto il mondo?

SACRA FAMIGLIA

La prima Chiesa con il primo Pontefice

SAN GIUSEPPE NELLA VALTORTA VOLUME PRIMO, CAP. 25-27 DELLA COLLEZIONE DEI DIECI VOLUMI CHE HANNO COME TITOLO “IL POEMA DELL’UOMO DIO”.
Prima di leggere la rivelazione che la Madonna fa a Maria Valtorta è necessario dare alcune informazioni su questa mistica del secolo scorso.
La vita

Nacque in Campania (Caserta, 14 marzo 1897 – Viareggio, 12 ottobre 1961) da genitori lombardi. Il padre era ufficiale di cavalleria e la famiglia Valtorta traslocò diverse volte, prima di stabilirsi definitivamente a Viareggio. La condizione familiare piuttosto agiata permise alla giovane Maria di frequentare il prestigioso Collegio "Bianconi" di Monza, dove ricevette un'educazione classica, segnalandosi soprattutto per l'eccellente padronanza della lingua italiana.
Ma, prima ancora della conclusione degli studi, la sua vita fu segnata dai primi scontri con la madre, la quale infranse il suo sogno di sposarsi. Inoltre, nel 1920, subì una aggressione da parte di un sovversivo comunista il quale, sferrando un forte colpo sul fianco con una spranga di ferro, le lesionò la spina dorsale: questo fu l'inizio di un interminabile calvario medico che, nel 1934, la vide infine costretta a letto, semiparalizzata dalla vita in giù.
Nonostante le crescenti difficoltà, Maria Valtorta si dedicò interamente all'approfondimento della fede cristiana cattolica, anche come delegata dell'Azione Cattolica, finché glielo permisero le sue forze. La lettura dell'autobiografia di Teresa di Lisieux, Storia di un'anima, fece maturare in lei la decisione di offrirsi come vittima:
« vittima d'Amore prima, per consolare l'Amore divino che non è riamato, e poi anche di Giustizia, per la salvezza delle anime e del mondo. »

Maria valtorta a letto

Maria Valtorta a letto

Sopraggiunta la paralisi, pensò di dedicarsi alla scrittura e abbozzò un romanzo a sfondo autobiografico, Il cuore di una donna, che, tuttavia, non condusse mai a termine, in parte per ragioni di obiettiva difficoltà, ma soprattutto perché, nel corso del 1943, la sua vita, che ella credeva ormai prossima alla conclusione, conobbe una svolta radicale.
In quell'anno, ella incontrò un sacerdote servita, padre Romualdo Maria Migliorini, ex-missionario destinato al convento di Viareggio; questi divenne il suo direttore spirituale e le chiese di scrivere la propria autobiografia. Ella, superata l'iniziale riluttanza a rivangare un passato ancora doloroso, obbedì e, nell'arco di pochi mesi, riempì sette quaderni autografi. Profondamente devota a Maria Addolorata, entrò nel Terz'Ordine dei Servi di Maria il 25 marzo 1944, solennità dell'Annunciazione, proprio presso la comunità di Viareggio.
Il secondo e cruciale evento dell'anno si verificò il Venerdì Santo: Maria avrebbe udito una "voce" - che pensò essere la voce di Gesù - la quale la induceva a scrivere, come sotto dettatura. Quel primo "dettato" segnò l'inizio di un'opera monumentale: tra il 1943 e il 1947, con "punte" fino al 1951, Maria vergò di getto, senza rileggere, centoventidue quaderni autografi, che contengono tutte le opere diverse dall'Autobiografia, scritte a episodi, di getto e in contemporanea. Eppure, da quelle condizioni di salute e di lavoro - per di più aggravate dagli eventi bellici, che la videro anche sfollata - nacquero testi corposi e organici.
Ben presto, la presunta "voce" di Gesù - cui, nei "dettati", si aggiunsero via via anche l'Eterno Padre, lo Spirito Santo, Maria Santissima e l'Angelo custode della scrittrice - indicò come principale la grande opera sul Vangelo, che, una volta completata, avrebbe visto descritta (in una serie di "visioni") e commentata (nei "dettati" che accompagnano i singoli episodi) la vita di Gesù e Maria, dall'Immacolata Concezione fino all'Assunzione.
Padre Migliorini cominciò ben presto a formare copie dattiloscritte di quanto Maria andava scrivendo e anche a farle circolare, sebbene ella e anche questa "voce" fossero contrarie a qualsiasi divulgazione degli scritti prima della morte di Maria stessa. Tale divulgazione, tuttavia - necessariamente frammentaria - attirò l'attenzione del Sant'Uffizio, che ordinò il ritiro di tutti i dattiloscritti in circolazione.
L'intera opera della Valtorta fu comunque sottoposta, per una sua valutazione e giudizio, all'allora pontefice Pio XII (vedi L'Osservatore Romano di venerdì 27 febbraio 1948), il quale dopo averla attentamente consultata diede disposizione di pubblicarla e di leggerla "così come è stata scritta" Questo per evitare che alcuni zelanti chierici potessero in qualche modo censurare alcuni passaggi e capitoli che a loro dire risultavano essere poco edificanti..
Va detto che l'opera ha subito inoltre approfondite analisi da parte di molti eminenti teologi cattolici i quali dichiararono unanimemente che questa era assolutamente conforme alla ortodossia cattolica.
Maria Valtorta inoltre mentre era impegnata nella stesura del suo Evangelo riuscì a riempire una grande quantità di quaderni tanto da poter formare in seguito ben 3 volumi di oltre 400 pagine l'uno il cui contenuto risultava integrativo dell'opera principale. Questi volumi sono titolati rispettivamente Quaderni 1943 / 1944 / 1945-50.
Si pensò allora ad un'edizione a stampa di tutta l'opera principale, ma svariate difficoltà si frapposero alla realizzazione del progetto: soltanto nel 1956 vide la luce il primo di quattro volumi, intitolato Il Poema di Gesù, per i tipi delle Edizioni Pisani. Peraltro, nei volumi successivi, che furono pubblicati con cadenza annuale fino al 1959, il titolo - suggerito dal noto clinico Nicola Pende, firmatario del Manifesto degli scienziati razzisti ed estimatore dell'opera, fu modificato in Il Poema dell'Uomo-Dio, poiché la versione originaria era già stata usata da un'altra casa editrice.
All'indomani della pubblicazione del quarto volume, il 16 dicembre 1959, il Sant'Uffizio condannò l'opera e la iscrisse nell'Indice dei libri proibiti. Il decreto della "Suprema", come di consueto in simili casi, non era motivato; su L'Osservatore Romano del 6 gennaio 1960, esso fu riportato insieme con un articolo di commento, intitolato "Una vita di Gesù malamente romanzata".
Maria Valtorta secondo la testimonianza di Marta Diciotti( Marta è stata l’assistente personale che ha accudito per oltre 26 anni la persona di Maria Valtorta), reagì quasi con indifferenza alla notizia della condanna; forse era iniziato quel misterioso processo che la portò, nei suoi ultimi anni, ad estraniarsi dal mondo in misura sempre maggiore.
Morì nella propria casa di Viareggio, il 12 ottobre 1961, e spirò non appena il sacerdote, recitando la preghiera per i moribondi allora in uso, le ebbe rivolto l'invito: "Proficiscere, anima christiana, ex hoc mundo" (Parti, anima cristiana, da questo mondo). Fu sepolta nel cimitero viareggino, ma, nel 1973, la salma fu riesumata e traslata a Firenze, nella Sala Capitolare della Basilica della Santissima Annunziata, il cui celebre affresco dell'Annunciazione, ella aveva molto ammirato in vita.
Di recente, l'Ordine dei Servi di Maria ha tentato di introdurre un processo di beatificazione, ma l'Arcivescovo di Lucca, nella cui Diocesi è morta Maria Valtorta, ha proposto di udire l'Arcivescovo di Firenze - adducendo, tra le altre, ragioni di ordine, per essere il Tribunale diocesano già impegnato in un processo di beatificazione alquanto ponderoso - e l'Arcivescovo di Firenze, una volta designato quale giudice dalla Congregazione per le Cause dei Santi, ha negato l'introduzione della causa, forte del parere negativo, pressoché unanime, dei Vescovi toscani; parere le cui ragioni, peraltro, non sono state comunicate al Postulatore.

RACCONTO DELLA MADONNA:
«È la vigilia del Giovedì santo. A taluni parrà fuori posto questa visione. Ma il tuo dolore di amante del mio Gesù Crocifisso è nel tuo cuore e vi resta anche se una dolce visione si presenta. Essa è come il tepore che si sviluppa da una fiamma, che è ancora fuoco ma non è già più fuoco. Il fuoco è la fiamma, non il tepore di essa, che ne è unicamente una derivazione. Nessuna visione beatifica o pacifica varrà a toglierti quel dolore dal cuore. E tienilo caro più della tua stessa vita. Perché è il dono più grande che Dio possa concedere ad un credente nel suo Figlio. Inoltre non è la mia, nella sua pace, visione disforme alle ricorrenze di questa settimana.
Anche il mio Giuseppe ha avuto la sua Passione. Ed essa è nata in Gerusalemme quando gli apparve il mio stato. Ed essa è durata dei giorni come per Gesù e per me. Né essa fu spiritualmente poco dolorosa. E unicamente per la santità del Giusto che m’era sposo fu contenuta in una forma, che fu talmente dignitosa e segreta che è passata nei secoli poco notata.
Oh! la nostra prima Passione! Chi può dirne la intima e silenziosa intensità? Chi il mio dolore nel constatare che il Cielo non mi aveva ancora esaudita rivelando a Giuseppe il mistero? Che egli lo ignorasse l’avevo compreso vedendolo meco rispettoso come di solito. Se egli avesse saputo che portavo in me il Verbo di Dio, egli avrebbe adorato quel Verbo, chiuso nel mio seno, con atti di venerazione che sono dovuti a Dio e che egli non avrebbe mancato di fare, come io non avrei ricusato di ricevere, non per me, ma per Colui che era in me e che io portavo così come l’Arca dell’alleanza portava il codice di pietra e i vasi della manna.
Chi può dire la mia battaglia contro lo scoramento, che voleva soverchiarmi per persuadermi che avevo sperato invano nel Signore? Oh! io credo che fu rabbia di Satana! Sentii il dubbio sorgermi alle spalle e allungare le sue branche gelide per imprigionarmi l’anima e fermarla nel suo orare. Il dubbio che è così pericoloso, letale allo spirito. Letale, perché è il primo agente della malattia mortale che ha nome “disperazione” e al quale si deve reagire con ogni forza, per non perire nell’a¬nima e perdere Dio.
Chi può dire con esatta verità il dolore di Giuseppe, i suoi pensieri, il turbamento dei suoi affetti? Come piccola barca presa in gran bufera, egli era in un vortice di opposte idee, in una ridda di riflessioni l’una più mordente e più penosa dell’altra. Era un uomo, in apparenza, tradito dalla sua donna. Vedeva crollare insieme il suo buon nome e la stima del mondo, per lei si sentiva già segnato a dito e compassionato dal paese, vedeva il suo affetto e la sua stima in me cadere morti davanti all’evidenza di un fatto.
La sua santità qui splende ancor più alta della mia. Ed io ne rendo questa testimonianza con affetto di sposa, perché voglio lo amiate il mio Giuseppe, questo saggio e prudente, questo paziente e buono, che non è separato dal mistero della Redenzione, ma sibbene è ad esso intimamente connesso, perché consumò il dolore per esso e se stesso per esso, salvandovi il Salvatore a costo del suo sacrificio e della sua santità.
Fosse stato men santo, avrebbe agito umanamente, denunciandomi come adultera perché fossi lapidata e il figlio del mio peccato perisse con me. Fosse stato men santo, Dio non gli avrebbe concesso la sua luce per guida in tal cimento. Ma Giuseppe era santo. Il suo spirito puro viveva in Dio. La carità era in lui accesa e forte. E per la carità vi salvò il Salvatore, tanto quando non mi accusò agli anziani, quanto quando, lasciando tutto con pronta ubbidienza, salvò Gesù in Egitto.
Brevi come numero, ma tremendi di intensità i tre giorni della Passione di Giuseppe. E della mia, di questa mia prima passione. Perché io comprendevo il suo soffrire, né potevo sollevarlo in alcun modo per l’ubbidienza al decreto di Dio, che mi aveva detto: “Taci! E quando, giunti a Nazareth, lo vidi andarsene dopo un laconico saluto, curvo e come invecchiato in poco tempo, né venire a me alla sera come sempre usava, vi dico, figli, che il mio cuore pianse con ben acuto duolo. Chiusa nella mia casa, sola, nella casa dove tutto mi ricordava l’Annuncio e l’Incarnazione, e dove tutto mi ricordava Giuseppe a me sposato in una illibata verginità, io ho dovuto resistere allo sconforto, alle insinuazioni di Satana e sperare, sperare, sperare. E pregare, pregare, pregare. E perdonare, perdonare, perdonare al sospetto di Giuseppe, al suo sommovimento di giusto sdegno.
Figli, occorre sperare, pregare, perdonare per ottenere che Dio intervenga in nostro favore. Vivete anche voi la vostra passione. Meritata per le vostre colpe. Io vi insegno come superarla e mutarla in gioia. Sperate oltre misura. Pregate senza sfiducia. Perdonate per esser perdonati. Il perdono di Dio sarà la pace che desiderate, o figli. Null’altro per ora vi dirò. Sin dopo il trionfo pasquale sarà silenzio. È la Passione. Compassionate il Redentore vostro. Uditene i lamenti e numeratene ferite e lacrime. Ognuna di esse è scesa per voi e per voi fu patita. Ogni altra visione scompaia davanti a questa che vi ricorda la Redenzione compiuta per voi».

ALTRA RIFLESSIONE.
Una luce sugli avvenimenti dell’incontro tra Maria e Giuseppe, ci viene un po’ anche dagli scritti di M. Valtorta nelle rivelazioni private che ricevette, in esse si parla del voto di verginità fatto da Maria e che lei rivela a Giuseppe il quale risponde: “Io unirò il mio sacrificio al tuo”. Ascoltiamo un loro dialogo, preso dallo scritto appena menzionato:
“Maria prende il ramo. È commossa e guarda Giuseppe con un viso sempre più sicuro e radioso. Si sente sicura di lui. Quando poi egli dice: “Sono nazareo” (*), il suo volto si fa tutto luminoso ed Ella si fa coraggio: “io pure sono tutta di Dio, Giuseppe. Non so se il Sommo Sacerdote te l’ha detto...” – “Mi ha detto solo che tu sei buona e pura e che hai da dirmi un tuo voto, e d’esser buono con te. Parla, Maria. Il tuo Giuseppe vuole farti felice in ogni tuo desiderio. Non t’amo con la carne. Ti amo con lo spirito mio, santa fanciulla che Dio mi dona!....” E Maria prosegue: “Fin dall’infanzia mi sono consacrata al Signore. So che questo non si fa in Israele. Ma io sentivo una voce chiedermi la mia verginità in sacrificio d’amore per l’avvento del Messia. Da tanto l’attende Israele!... non è troppo rinunciare per questo alla gioia d’esser madre!” Giuseppe la guarda fissamente.... E poi le dice: “Ed io unirò il mio sacrificio al tuo e ameremo tanto con la nostra castità l’Eterno, che Egli darà più presto alla terra il Salvatore, permettendoci di vedere la sua Luce splendere nel mondo....”
(*)Un nazareo era qualcuno che aveva fatto il voto del nazareato o nazireato, separandosi da altri per consacrarsi a Dio. Secondo Nu 6, il nazareo si asteneva dal vino, non si tagliava i capelli, e non poteva avvicinarsi ad un cadavere. Questo era un voto temporaneo, ma i primi esempi che abbiamo sono di persone consacrate da nazarei per tutta la vita.

Che cosa chiedere a San Giuseppe?

Il beato Giacinto Cormier, Maestro generale dell’Ordine domenicano, morto nel 1916, raccomandava di chiedere a san Giuseppe la devozione alla Madonna, perché nessuno tra le creature l’ha amata, onorata e servita quanto Lui.
Papa Giovanni fin da ragazzo recitava ogni giorno la preghiera Virginum custos, per chiedere a san Giuseppe la protezione sulla purezza.
Eccola:
“O Custode e Padre dei vergini, san Giuseppe, alla cui fedele custodia fu affidata la stessa Innocenza Cristo Gesù e la Vergine delle Vergini Maria; per questo duplice carissimo pegno, Gesù e Maria, ti prego e scongiuro che, preservatomi da ogni impurità, con anima incontaminata, con cuore puro e con casto corpo, mi aiuti a servire sempre nella maniera più casta a Gesù e a Maria. Amen”.
Come preghiere a San Giuseppe c’è anche quella molto bella di Leone XIII: “ A Te, o beato Giuseppe...”.
Vi sono anche le Litanie e quelle che passano sotto il nome di Sacro Manto.
Esorto anche a invocarlo tutte le sere prima di addormentarsi dicendo:
“Gesù, Giuseppe e Maria, Vi dono il cuore e l'anima mia;
Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi nell'ultima mia agonia;
Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con Voi l'anima mia”».

Letto 637 volte Ultima modifica il Giovedì, 15 Marzo 2018 16:49
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1 commento

  • Link al commento Silvio Venerdì, 16 Marzo 2018 11:11 inviato da Silvio

    Ho letto la tua stesura con profondo interesse, il tuo approfondimento in questi temi è meritevole di elogi da parte mia.

    l'amico Silvio

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